Collaborando alla realizzazione di questo ultimo volume che 'fa il punto' su esperienze e innovazioni rispetto alle metodologie formative ho avuto spesso la possibilità di confrontarmi con il Prof. Quaglino. Partendo dal libro spesso il discorso si allargava alla Formazione in generale: l'evoluzione negli ultimi anni, il suo significato oggi, i risultati raggiunti e le sfide aperte...
Mi sembrava un peccato 'smarrire nella colloquialità' gli spunti che man mano sono emersi per cui ho deciso di riassumerli in forma di intervista. Sei domande e sei risposte, spero interessanti e utili anche per voi.
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Professore, lei è l’autore di alcuni fra i più importanti contributi che riguardano la formazione e l’apprendimento organizzativo in Italia. La prima edizione del celebre 'Fare Formazione' è della metà degli anni '80, mentre il suo ultimo contributo, Formazione. I metodi, è appena stato pubblicato. Le chiedo allora, cosa significa oggi fare formazione? Ed anche, come è cambiata la formazione dal periodo in cui usci quel suo celebre volume?
Fare Formazione è del 1985. All’epoca voleva essere il bilancio dei miei primi dieci anni nel mondo della formazione. Poi nel 2005 nella riedizione pubblicata presso Cortina ho aggiunto una Postfazione per rappresentare come il quadro poteva essere cambiato. Allora per rispondere alla domanda direi che fare formazione significa, oggi, passati trent’anni ormai dalla prima edizione e dieci dalla riedizione, da un lato sempre la stessa cosa, dall’altro una cosa molto diversa. Mi spiego meglio: fare formazione resta sempre costruire e realizzare eventi che offrano, orientino, alimentino apprendimento: acquisizione di conoscenze, sviluppo di capacità, promozione di nuovi comportamenti. Questo è il senso proprio del fare formazione: potremmo anche dire la sua vocazione, la sua missione, la sua identità autentica. È ancora così e sarà sempre così. D’altra parte però, dai tempi di quel libro, molto è cambiato nei modi del fare formazione: si sono ampliati gli orizzonti e i riferimenti (non più solo l’azienda, il management, la cultura d’impresa ecc.) sino a comprendere tutto il “mondo degli adulti” non solo in ogni declinazione professionale e per ogni contesto organizzativo, ma anche nella direzione di una crescita delle “persone”. Sono cambiati gli orizzonti e sono cambiati i percorsi. All’epoca del libro si trattava soprattutto di costruire corsi di formazione di lunga durata secondo i modelli e gli esempi che provenivano dalle grandi business school, oggi la formazione offre una molteplicità di occasioni di breve e di lunga durata, variamente articolate, orientate a promuovere conoscenze, a sviluppare “buone pratiche”, ad accompagnare percorsi di sviluppo personale. E ovviamente si è ampliato significativamente, attraverso le esperienze e le innovazioni, il campo delle metodologie formative. Questo spiega il senso del progetto di comporre una “antologia” dei Metodi di Formazione che è questo volume appena uscito presso Raffaello Cortina.
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Se dovesse fare un bilancio dei traguardi raggiunti dalla formazione aziendale, dei contributi che è riuscita a dare alle persone ed alle imprese in questi anni, quali risultati metterebbe in attivo? Quali citerebbe invece fra le ‘sfide mancate’?
Sicuramente tra i risultati “in attivo” dobbiamo registrare il grande investimento sul fronte dello sviluppo delle competenze. “Competenza” è diventata per la formazione quasi un sinonimo che definisce il suo specifico “campo di azione”. Naturalmente, come abbiamo detto, dobbiamo parlare non solo di formazione aziendale ma più in generale di formazione rivolta al mondo degli adulti. Ma in tutti i casi competenza è la parola chiave. Intorno a questa parola si è lavorato molto per declinare i più differenti ambiti di intervento formativo e indubbiamente il “fare formazione” ha acquisito su questo fronte una piena padronanza. Tuttavia qualche sfida “mancata” dobbiamo registrarla. Mentre si insisteva e si insiste sulle competenze, minore attenzione è stata data a quella che una volta si sarebbe chiamata la “cultura manageriale”, e che oggi potremmo ridefinire in vari modi: anzitutto in termine di valori che possono ispirare o guidare il nostro comportamento, in termini di significati attribuiti ai nostri traguardi di crescita e sviluppo, ma anche in termini di un “saper pensare” che, dal mio punto di vista, è il fondamento di ogni sapere, saper fare, saper essere. Lo sviluppo di competenze resta fragile se non si costruisce anche su questo fondamento. Per questo riconosco si è lavorato molto e bene sul fronte dell’eccellenza professionale, ma è mancato
l’investimento sul fronte di quella “maturità” soggettiva che può consentire alle stesse competenze di essere più solide e più efficaci. Quando penso a questa “maturità soggettiva” penso ovviamente a tutta una serie di questioni legate a temi quali la fiducia, l’equilibrio, l’etica ecc., a questioni cioè che riguardano il “vivere” prima che non il “fare”. Si tratta dunque di considerare una formazione non solo tecnica o tecnicista ma “umanista”.
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E’ ormai chiaro a tutti che i cambiamenti che stiamo vivendo implicano una profonda revisione dei modelli (relazionali, social, economici) validi fino a qualche hanno fa. E’ possibile identificare una vision o magari obiettivi che tali cambiamenti ‘impongono’ a chi si occupa di formazione?
I cambiamenti che stiamo vivendo sono tutti all’insegna di un bisogno inequivocabile non soltanto legato al saper fare ma al saper procedere in contesti di turbolenza, incertezza, precarietà. In questi contesti la formazione può ritrovare il suo significato più autentico non solo come offerta di conoscenze ma come contributo alla “costruzione di significato” o più in generale, alla “costruzione di sé”. Questa mi pare essere proprio la vision di cui abbiamo necessità. Da un lato non solo pensare alla formazione come a uno strumento con il quale impadronirsi di sapere, ma come un esercizio di miglioramento personale. Il che tra l’altro resta, come dicevo, il senso più vero della formazione: cioè di un cammino di apprendimento indirizzato da un lato a sviluppare capacità per fare meglio le cose, e orientato dall’altro a sostenere un cammino di apprendimento individuale il cui traguardo sarà anche in termini di cambiamento e trasformazione personale.
Fine prima parte.
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