E' da qualche giorno che rifletto sulle due ore di seminario su 'Innovazione e open-mindedness', tenuto da Alberto Sangiovanni Vincentelli in Renault Italia.
La scelta del testimone, fatta insieme ad Armando Maggio e Stefania Palma di Renault, nasceva da diverse ragioni, prima fra tutte il profilo di competenze del relatore. Sapevamo cioè che Vincentelli, al di là della sua preparazione e del ruolo accademico che ricopre (è titolare della cattedra di Ingegneria Elettronica e Computer Science presso l’Università della California, Berkeley) avrebbe portato il punto di vista di un innovatore vero e di imprenditore di successo (è stato co-fondatore di Cadence e di Synopsys, due aziende leader nel settore dell' Electronic Design Automation) ma anche l'esperienza di chi ha vissuto in prima persona i cambiamenti (l'ascesa di aziende come Microsoft, Apple e Facebook) che hanno modificato profondamente il nostro modo di lavorare ed il nostro stile di vita.
Gli spunti sono stati davvero tanti: principi di business innovation, aneddoti sulle origini e sui personaggi della Silicon Valley, nuove frontiere dello sviluppo tecnologico destinate a diventare presto realtà. Provo dare un po' di ordine e di sistematicità a queste idee condividendole con voi.
- Creatività, Scoperta e Innovazione sono certamente legate fra loro ma chi vuole innovare deve tenere questi concetti ben distinti nella sua testa. La storia recente è piena di esempi di aziende che hanno avuto idee brillanti o fatto scoperte importanti che non si sono tradotte in business innovativi (o che qualcun altro ha sfruttato). Per fare davvero innovazione la creatività va 'incanalata' all'interno di progetti imprenditoriali solidi (dal punto di vista produttivo, economico, ecc), attrattivi (capaci di coinvolgere clienti, finanziatori, partner) e ben gestiti dal punto di vista dei tempi (occorre cioè chiedersi se il 'mondo' è pronto per quell'innovazione). Insomma se nella creatività c'è talento, fortuna, apertura e impegno, l'innovazione ha bisogno di competenze imprenditoriali ben definite.
-L'innovazione nasce da una sintesi fra flessibilità e apertura da una parte e rigore dall'altra. Un'idea o un'intuizione, per quanto geniali e straordinarie possano apparire, devono essere sottoposte ad analisi severe, a verifiche rigorose, a confronti incrociati. L'innovazione comporta assunzione di rischi e quindi la possibilità di fallire. Solo se si è capito bene in che direzione si stava andando e quali rischi si stavano correndo l'eventuale fallimento può insegnare qualcosa. Se non c'è questa consapevolezza del fallimento resta solo la frustrazione e si perde il potenziale di apprendimento.
- Le aziende che vogliono innovare devono dunque accettare il potenziale fallimento e quindi, anche se può sembrare un paradosso, imparare a premiare gli errori. C'è però differenza fra un errore 'ben fatto', ovvero che nasce da un processo rigoroso e attento ed altri tipi di errori. La capacità di distinguere fra 'errori buoni' e 'errori cattivi' dovrebbe entrare nel DNA delle aziende che vogliono fare innovazione.
- Se si vuole fare innovazione il business model dell'azienda deve diventare un'idea aperta. Chi sono i miei clienti? Che valore offro? Attraverso quai canali? ecc. Sono ancora domande buone è vero ma occorre farsele spesso. Dare le risposte per scontate o definite una volta per tutte è invece molto pericoloso. Aziende di software, nate con Internet, stanno diventando competitor di aziende automobilistiche. Società di formazione hanno oggi competenze e prodotti per dire qualcosa sul marketing diventato ormai sempre più relazione ed esperienza e sempre meno vendita.
- Se vuole essere aperta e flessibile verso l'esterno l'azienda deve esserlo all'interno. Gerarchie, ruoli, processi e procedure sono certo ancora necessarie ma devono cambiare forma, aprirsi al confronto ed al cambiamento, valorizzare la diversità di punti di vista e le contaminazioni esterne. Oggi peraltro esistono tutti gli strumenti per farlo, si pensi ad esempio ai sistemi di enterprise 2.0 che davvero possono supportare il lavoro collaborativo. Oppure al contributo di certe tecnologie rispetto alla possibilità di favorire l'elaborazione delle idee.
- Infine un ultimo punto che si ricollega ad un tema a me molto caro: le Competenze di dialogo con il digitale. La digitalizzazione del lavoro e l’utilizzo sempre più diffuso della Rete stanno di fatto modificando la fisionomia dei processi lavorativi, sia quelli legati alla produzione sia quelli legati all’offerta di servizi. Nell'ambito di questa visione che qualcuno definisce 'Internet of things' o più precisamente 'Industrial Internet' (se ci si focalizza sul mondo del lavoro) i processi lavorativi stanno radicalmente cambiando natura e richiedono quindi nuove competenze per essere gestiti efficacemente da parte dei futuri manager. Sistemi sempre più capillarizzati all’interno della realtà, integrati fra loro, ed intelligenti in quanto capaci di rispondere e di adattarsi all’ambiente, richiedono nuove capacità di gestione. Competenze di ideazione, progettazione e di utilizzo dei sistemi lavorativi capaci di andare oltre la linearità e la meccanicità insite nei modelli della vecchia produzione industriale a favore di un approccio integrato, sinergico ed aperto alla continua evoluzione dei sistemi stessi. Queste competenze rappresentano l’altra faccia della medaglia rispetto alle competenze trasversali, le competenze su cui si basa attualmente lo sviluppo manageriale. Mentre le competenze trasversali si focalizzano sul miglioramento personale le 'Competenze di dialogo col digitale' rappresentano un riferimento rispetto alla capacità di strutturare e gestire i processi lavorativi di domani. Solo tenendo presenti questi due generi di competenze in ambito formativo ed educativo sarà possibile contribuire realmente a favorire la creatività ed a far crescere la capacità di innovare.