sabato 19 novembre 2011

La sicurezza sul lavoro è... una questione di leadership.

In un precedente post dal titolo 'Sviluppare la leadership giocando' avevamo già fatto riferimento al progetto Leonardo 'Learn to Lead' (L2L), iniziativa che punta sulle nuove tecnologie (ed in particolare su un serious game appositamente realizzato) per elaborare una metodologia formativa in grado di contribuire al miglioramento della leadership.
La fase sperimentale di L2L, ossia il momento in cui tale metodologia  doveva essere concretamente sperimentata, ha visto protagonista una struttura ospedaliera che rappresenta un punto di riferimento nel panorama della sanità italiana: la Fondazione Policnico Tor Vergata di Roma (http://www.ptvonline.it/).
Grazie alla sensibilità dell'equipe diretta dal dott. Luigi Ferrucci, che coordina il Servizio Prevenzione e Protezione del Policlinico, è stato possibile sperimentare il percorso formativo di L2L su una popolazione che riveste un ruolo strategico proprio rispetto alla gestione della sicurezza sul lavoro, i cosiddetti 'preposti' alla sicurezza sul lavoro.
Abbiamo chiesto al dott. Massimo M. Greco, Responsabile della Formazione alla sicurezza sul lavoro, che ha coodinato l'attività formativa in questione, di spiegarci meglio il senso dell'intervento descritto e di fornire una prima valutazione dei risultati ottenuti.

Il primo incontro in aula
1. Dott. Greco può spiegarci chi sono i Preposti alla sicurezza sul lavoro e che ruolo svolgono all'interno di una struttura come il Policlinico Tor Vergata.

Come recita il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro, con il termine “preposto” ci si riferisce a quella posizione  all’interno di un’organizzazione lavorativa che «in ragione delle competenze professionali e nei limiti di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell’incarico conferitogli, sovrintende alla attività lavorativa e garantisce l’attuazione delle direttive ricevute, controllandone la corretta esecuzione da parte dei lavoratori ed esercitando un funzionale potere di iniziativa». Noi abbiamo identificato in questo ruolo le funzioni di coordinamento gestionale e clinico di un reparto o di un’unità operativa, sia in seguito ad un incarico formale che a un assetto organizzativo non formalizzato, anche di carattere temporaneo. Nella nostra realtà la percentuale maggiore di preposti appartengono alla professione infermieristica, ma ci sono anche altre professioni sanitarie, personale medico e amministrativo. In termini pratici, un preposto si assicura che vengano adottate le misure di sicurezza, protezione e prevenzione previste; ha anche una funzione di monitoraggio e segnalazione delle situazioni di non conformità.
Bisogna capire che, come hanno dimostrato molte sentenze della Corte di Cassazione, l’essere  “preposto”  e le relative responsabilità non sono solo il risultato di un incarico formale in base al quale si aggiungono la funzione “sicurezza” a quelle già possedute. Al contrario, la giurisprudenza applicata intende questo ruolo come inerente alle funzioni in cui ci si trova a dirigere, coordinare e condizionare lo svolgimento dell’attività lavorativa. Ogni volta che per qualsiasi motivo e in maniera strutturata (per la maggiore esperienza ed anzianità, per la posizione gerarchica, per il controllo che si ha delle dotazioni) si ha una posizione “influente” sul gruppo di lavoratori e lavoratrici, si  assumono nel contempo precisi obblighi nei confronti della tutela della salute e della sicurezza del personale  dipendente. In parole semplici, se dirigi e gestisci ti devi anche preoccupare della salute e della sicurezza dei tuoi collaboratori. Mi è sempre sembrato un principio molto profondo, che integra il potere che si ha sugli altri con il prendersi cura di chi si gestisce.

Un gruppo di lavoro
2. Il progetto L2L proponeva un percorso formativo rivolto al potenziamento della leadership. Può spiegarci perché questa competenza è importante per chi svolge il ruolo che ha descritto prima?

Nell’ambito della definizione delle responsabilità e delle funzioni all’interno delle organizzazioni lavorative, si intrecciano diversi saperi e poteri: datoriale, professionale, sindacale, etc. Vivendo in questa complessità, che nell’ambito sanitario e universitario diventa ancora più evidente, avere una funzione di preposto della sicurezza sul lavoro vuole dire avere bisogno di competenze di influenzamento di tutti i soggetti coinvolti, di negoziazione con i vari livelli di potere e di bisogni che si esprimono nella vita lavorativa di un reparto, a volte una vera e propria azione di tutela della vulnerabilità delle persone coinvolte rispetto all’aggressività della burocrazia e dell’efficientismo. Spesso doti di flessibilità, di comunicatività, di ascolto attivo, di problem solving, sono alla base dell’esercizio creativo e non passivo delle funzioni di coordinamento e gestione delle Unità, soprattutto nei termini di efficacia della proprio contributo alla sicurezza sul lavoro. Insomma, nonostante la legge usi termini come “sorvegliare”, non è possibile pensare a questo ruolo come un “vigile urbano” che regola il traffico e fa le multe. Soprattutto se si pensa a quanto può essere efficace e duraturo sulla cultura della sicurezza di un ambiente lavorativo ad alta complessità e mutevolezza questo tipo di interventi.
Un momento d'aula
3. Un elemento distintivo del percorso svolto è consistito nell'utilizzo di un gioco didattico, un Serious Game appositamente progettato, attraverso il quale i partecipanti hanno potuto sperimentare le conoscenze apprese in aula. Pensa che questo tipo di strumento abbia contribuito a migliorare la qualità dell'apprendimento? Se sì, in che modo?

Mi sembra interessante che il percorso abbia previsto (e quindi valorizzato) la funzione ludica come motore di apprendimento. Il gioco ha sfidato il partecipante, lo ha divertito e nello stesso tempo ha consentito a ciascuno una lettura del proprio comportamento e delle proprie prestazioni. Nel gioco i partecipanti hanno potuto trovare la chiave valida per quel contesto specifico e quindi trarne una personale gratificazione. Nello stesso tempo, la “posta in gioco” non era alta, e quindi era consentito  sbagliare, mandare tutto a rotoli, senza troppe ansie e sofferenze. Come formatore, trovo molto interessanti i filoni che spostano l’attenzione dei partecipanti dai contesti consueti a contesti alternativi (penso alla formazione con il teatro, con l’arte visiva, con la narrazione di sé) sia nei termini degli scenari che del tipo di attività. In questo caso, un po’ un modo di ricordarci che oltre che “homo faber” siamo anche “homo ludens”.
Nella formazione di tipo blended che abbiamo realizzato qui al PTV, ho l’impressione che il contributo del Serious Game adottato in L2L sia stato importante ma ad un livello molto più limitato rispetto alla tessitura tra esperienza a distanza, esperienze lavorative e attività didattica realizzati in aula, soprattutto su un tema delicato come la competenza alla Leadership. Sono curioso di sapere i risultati rispetto all’esperienza non blended, per ragionare meglio sul peso dell’attività in presenza.

Un momento d'aula
4. Infine, come valuta complessivamente l'esperienza formativa e che tipo di possibilità ci sono secondo lei rispetto all'utilizzo di certe tecnologie nella formazione rivolta a personale sanitario?

La tecnologia informatica e la rete hanno un loro appeal che può distogliere da una riflessione lucida sull’efficacia degli interventi didattici, nello stesso tempo esse consentono una facilità di gestione e di coinvolgimento (anche interessante dal punto di visto della quantità possibile di corsi erogabili con isorisorse per la loro gestione) che in questi tempi di risorse limitate conta. Penso sia indispensabile sperimentare ed applicare le nuove tecnologie e credo che esse debbano essere integrate nella programmazione della formazione professionale, anche di tipo sanitario. Penso anche che l’attività “digitale” sia un po’ come la scrittura: un attività solitaria che però può generare socializzazione. In questo senso, se acquisiamo la riduzione dello spazio delle distanze e l’evaporazione del tempo, mi domando cosa perdiamo della capacità di apprendere insieme agli altri, con il corpo a corpo tipico dell’aula. Le recenti scoperte sui famosi “neuroni specchio” a me, come formatore, fanno pensare che dobbiamo continuare a presidiare la possibilità di creare contesti di apprendimento dove le persone stiano insieme con la loro corporeità, non solo con la loro mente: corpo, voce, respiro, prossemica, azioni, sono elementi che possono concorrere ad apprendimenti. Nemmeno il formatore più abile li può intenzionalmente programmare, né alcuna virtualizzazione della realtà li può riprodurre, anche perché essi sono frutti del contesto specifico in cui sorgono, sia nel formatore che nel partecipante. Alcuni momenti d’aula del corso blended sono stati secondo me interessanti non solo per i contenuti “segnati sulla lavagna” o “proiettati con il power point” ma proprio per la qualità della corporeità dei formatori e dei partecipanti. Lo dico pensando anche che il personale sanitario ha bisogno di un’educazione continua ad una corporeità attenta e consapevole, perché il primo strumento del prendersi cura è il corpo stesso del curante. E anche perché penso che la Leadership sia non solo una capacità di gestire e organizzare risorse, carichi di lavoro e gratificazioni, ma sia una qualità che si esprime nel dialogo concreto tra le persone.

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